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Osservando i lavori dello Speranza, si percepisce come la sua Opera costringa lo sguardo a soffermarsi non più sulle proprietà iconiche che la correlano al referente, bensì sulla sua stessa matericità, sul suo essere volumi in cui l'oggetto si informa.
Questo essere metro medesimo della sua rappresentazione le permette di sottrarsi al giogo dei rimandi del processo metaforico, traendo da ciò un'inedita forza espressiva.
Non è più la narratività iconica del rappresentato ad animare il lavoro dello Speranza, bensì la storia della sua spinta verso il reale, la volontà di riviverlo quale materia altra secondo colori, volumi. In questo senso non si può parlare di sottrazione dell'oggetto: l'Opera non rappresenta più un altrove, presenta piuttosto essa stessa quale unica irripetibile traccia della tensione consumata nella Visione, che è bisogno e desiderio di materia.

Una ricerca questa, che pone il lavoro dello Speranza ben oltre facili classificazioni di genere, rendendolo parte di quella civiltà d'immagine che trova nella produzione del suo conterraneo Pietro Consagra la pietra angolare e che, come scrisse Giovanni Carandente, „si esprime in modo così autonomo da costruire un'opposizione.“

Christian Del Monte